Scialpinismo e fuoripista in primavera: attenzione alla stabilità. I consigli delle Guide Alpine
Scialpinismo e fuoripista in primavera: attenzione alla stabilità. I consigli delle Guide Alpine
Con la primavera la stagione dello scialpinismo entra in una delle sue fasi più affascinanti: giornate lunghe, temperature più miti e la possibilità di raggiungere quote più elevate. Ma è anche un periodo che richiede grande attenzione nella valutazione delle condizioni della neve e del terreno. In questo comunicato delle Guide Alpine Italiane, Davide Spini, Istruttore Guida Alpina, spiega come affrontare questa fase della stagione, quali segnali osservare sul terreno e come prendere decisioni più consapevoli nella scelta del tracciato e nella gestione del gruppo, evitando i falsi sensi di sicurezza che spesso si creano in montagna.
La primavera è iniziata. Come possiamo approcciare questa bellissima parte della stagione che porta gli scialpinisti alle quote più alte, e a volte su itinerari più complessi?
La primavera è probabilmente la stagione più favorevole per lo scialpinismo, perché solitamente il manto nevoso tende a essere un po’ più stabile e le giornate sono più lunghe. In questa stagione, infatti, il maggiore irraggiamento e le temperature più miti portano generalmente a un più rapido consolidamento del manto nevoso.
Il problema nivologico più intuitivo per questa stagione è quello legato alla neve bagnata, ma è importante ricordare che non è l’unico e che varie situazioni si possono sovrapporre, creando scenari a volte difficili da interpretare.
Inoltre, in questa stagione, in molte zone la base del manto nevoso può essere ancora costituita da brina di profondità, anche se ricoperta e resa meno facilmente sollecitabile dalle nevicate più recenti, oppure in parte mascherata dalla presenza di una superficie dura trasformata sui versanti più soleggiati. Oltre a questo, nel manto possono essere presenti altri strati deboli persistenti, come cristalli sfaccettati e brina di superficie sepolta. In alcuni casi si tratta di “pericoli dormienti”, a bassa probabilità, ma dalle conseguenze potenzialmente molto gravi.
Per quanto riguarda gli itinerari più complessi, è importante pianificare adeguatamente le tempistiche, partendo presto e cercando di avere sempre un margine temporale per poter ammortizzare eventuali ritardi. Inoltre, sempre in riferimento alla problematica valanghiva, è importante ricordare che anche piccole valanghe, in terreno ripido e complesso, possono avere conseguenze fatali, anche solo per problematiche di trascinamento.
Quali segnali sul terreno indicano la necessità di modificare il tracciato previsto?
Facendo una classifica di importanza e facilità di interpretazione, la presenza di valanghe recenti — in particolare su pendii simili per esposizione e inclinazione a quelli che vorremmo percorrere — è un evidente segnale di instabilità.
Al secondo posto possiamo inserire i segnali di pericolo, come i rumori di assestamento, i cosiddetti “whumpf”, e la propagazione di fessurazioni nel manto nevoso.
La lista dei fattori da considerare è poi lunga e prosegue con i test di stabilità e i profili del manto nevoso, ma la loro interpretazione richiede conoscenze decisamente più approfondite, sia per capire se il punto prescelto è significativo della situazione, sia per interpretarne correttamente i risultati.
Capire come un manto nevoso vari nel tempo, nelle esposizioni e alle diverse quote in funzione del meteo non è sempre così intuitivo. Per arrivare a una previsione abbastanza affidabile, dobbiamo conoscere bene la situazione di partenza e avere una buona idea di come le diverse tipologie di neve evolvano con le condizioni meteo. È un compito tutt’altro che semplice, se non in alcuni casi palesemente evidenti.
I test di stabilità, grazie ai social media, sembrano diventati un po’ di moda: sono davvero così efficaci?
Con i test di stabilità possiamo raccogliere informazioni importanti, che aiutano a completare il “puzzle” del pericolo valanghe a scala locale. Tuttavia, è necessario fare due importanti precisazioni.
La prima è che, se vogliamo fare test o osservare il manto nevoso, dobbiamo farlo in un punto sicuro e, al tempo stesso, rappresentativo del pendio che vogliamo percorrere: è più facile a dirsi che a farsi.
La seconda è che il manto nevoso varia nello spazio e nel tempo. È proprio questa variabilità spaziale che rende i test di stabilità talvolta discordanti rispetto alla situazione generale, soprattutto per problematiche di neve bagnata che variano velocemente nel tempo e nello spazio.
Indipendentemente dal test che facciamo, mi sento di dire che affidare la scelta di salire o scendere un pendio al mero risultato di un test è una semplificazione molto molto pericolosa, soprattutto per utenti con poche conoscenze e ridotta esperienza.
La scelta del tracciato e la gestione del gruppo in salita e discesa come cambiano?
In salita siamo più lenti, vulnerabili e dobbiamo anche raccogliere informazioni: è proprio per questo che scegliamo generalmente una linea il più possibile “sicura”, percorrendo pendii meno ripidi e sfruttando dorsali e creste.
Si tratta di una scelta abbastanza intuitiva, ma molto importante, perché ci permette di sentire, e in parte testare, la neve che abbiamo sotto i piedi su inclinazioni o morfologie più sicure.
A questo punto, se i feedback raccolti indicano una certa stabilità, in discesa possiamo prenderci, con criterio, qualche pendio più ripido. L’importante è rimanere disciplinati: proprio perché siamo più veloci rispetto alla salita, possiamo tendere ad affrontare i pendii più ripidi uno alla volta, da zona sicura a zona sicura.
In questo modo riduciamo l’esposizione al pericolo di essere travolti da una valanga ed, in caso di incidente, siamo meno vulnerabili perché il resto del gruppo può intervenire in aiuto e, se necessario, allertare il 112.
Che ruolo hanno esperienza e osservazione continua nella scelta della linea di salita e discesa?
Esperienza e osservazione sono sicuramente due elementi fondamentali per la presa di decisione durante le escursioni.
Il problema è che se un approccio basato sulla sola esperienza, fondato sul presupposto di “imparare sbagliando”, può andare bene per imparare ad andare in bicicletta, nel mondo della neve fresca non va così bene, perché il primo “errore” può essere fatale.
Inoltre, se costruiamo la nostra esperienza muovendoci spesso in territori a noi familiari, rischiamo di sviluppare un approccio “abitudinario” alla valutazione locale del pericolo e alla conseguente presa di decisione. Questa modalità può non essere più valida quando ci spostiamo in territori con caratteristiche diverse, oppure quando, sulle nostre montagne di casa, si presentano condizioni meteo insolite.
Proprio in questo periodo di cambiamenti climatici, basarsi solo sullo storico delle proprie esperienze per prendere decisioni in condizioni anomale, è una strategia che potrebbe rivelarsi pericolosa.
La presenza di tracce e di altri gruppi sullo stesso itinerario può influenzare i nostri processi decisionali in ambiente innevato: come possiamo ridurre questo bias per mantenere una valutazione autonoma e critica del rischio?
Spesso in montagna la presenza di altre persone attorno a noi crea un senso di sicurezza generalmente ingiustificato, in particolar modo quando ci muoviamo su neve. Essere in tanti su un itinerario o su un pendio, oltre ad aumentare la probabilità di distacco di una valanga, crea una “scorciatoia mentale” che ci porta a pensare che, se molte persone compiono una certa azione, probabilmente non sia pericolosa.
È quindi importante mantenere alta l’attenzione e muoversi in maniera cauta e razionale, senza farsi troppo influenzare da ciò che fanno gli altri, e, se necessario, optare per una meta alternativa.
Uno spunto per essere più indipendenti può essere quello di porsi questa domanda: “Se fossimo qui senza tracce, solo io e i miei compagni di escursione, cosa faremmo? Saremmo più cauti e forse meno ottimisti? Percorreremmo questo pendio uno alla volta, o tutti insieme?”
La risposta potrebbe guidarci verso una valutazione più razionale e un modo di procedere, probabilmente, più cautelativo.
Qual è il consiglio più importante per chi vuole migliorare la propria capacità di lettura del terreno in inverno?
Abbinare pratica e conoscenza. Se in passato conoscere la neve poteva sembrare un argomento un po’ accademico e noioso, oggi esistono molte pubblicazioni ben fatte e contenuti digitali interessanti e validi. L’importante è non affidarsi ai numerosi “influencer della neve” improvvisati.
Inoltre, svolgere escursioni mirate su questi temi, ad esempio con le guide alpine, abbinando teoria e pratica, aiuta a sviluppare un buon metodo di valutazione dell’ambiente invernale, basato su conoscenza, osservazione ed esperienze diverse.
Spesso, in ambito nivologico, più si approfondisce e più emergono nuovi punti di domanda. Abbandonare le certezze del principiante e accettare la complessità dell’argomento è indubbiamente il primo passo verso scelte realmente consapevoli.
Photo 1 courtesy Christian-Cueni-unsplash
